Pesca e pesco

Il pesco, simbolo di immortalità in Oriente, è oggi un pilastro della frutticoltura italiana.

Il pesco ha le sue origini nell’ovest della Cina, dove è considerato simbolo di immortalità, e fu introdotto in Italia e in altre parti d’Europa nel primo secolo d.C. A lungo si è erroneamente creduto che venisse dalla Persia, da qui il nome Prunus Persica L.

È una pianta che appartiene alla famiglia delle Rosaceae, sottogenere Amygdalus. È affine al mandorlo, ma è caratterizzato da un mesocarpo (la parte centrale della parete del frutto) che alla maturazione si presenta molto polposo. Il frutto è infatti una drupa dalla polpa carnosa, succosa e zuccherina, di colore bianco, giallo o rosso, a seconda delle varietà.

La buccia può essere più o meno vellutata, bianca-verdastra, gialla o anche rosso-cadmio. Il nocciolo può o meno essere aderente alla polpa. Le foglie sono lanceolate, con margine crenato o dentellato ed il fiore è ermafrodito, con cinque petali di colore variabile dal bianco al rosso più scuro.

Esistono diverse tipologie di pesche: pesca gialla, con polpa succosa e profumata e pelle vellutata; pesca bianca, con polpa bianca e filamentosa; pesca noce o nettarina, con polpa bianca o gialla, ma dalla pelle liscia; percoca, pesca da industria adatta alla trasformazione.

In Italia la maturazione dei frutti comincia all’incirca a metà maggio nel sud, proseguendo fino alla fine di settembre, a seconda delle cultivar coltivate. Le cultivar, o varietà, di pesche vengono classificate in base all’epoca di fioritura e di maturazione, in base ai fabbisogni di freddo, al tipo di utilizzo del frutto e della morfologia della pianta.

Le pesche vengono coltivate soprattutto in Estremo Oriente (Cina, Giappone, Corea del Nord e Corea del Sud), nei paesi del bacino del Mediterraneo (Italia, penisola Iberica, Nord Africa, Medio Oriente, Turchia, penisola Balcanica), ma anche in America. In Italia le due principali regioni produttrici di pesche sono l’Emilia Romagna e la Campania. Negli ultimi anni c’è stata una tendenza al ribasso nella superficie coltivata che, nel 2021, è stata di circa 58.000 ettari.

Nella coltivazione del pesco grande importanza ha avuto, e tutt’oggi ha, la forma di allevamento, cioè lo schema adottato per regolare lo sviluppo vegetativo della pianta. In Italia tecnici, frutticoltori e ricercatori hanno sperimentato e ideato diverse forme di allevamento, che hanno permesso di ottimizzare la raccolta e aumentare la densità di impianto.

Sia la densità d’impianto che la forma di allevamento sono influenzate dalla natura del terreno, dalla possibilità o meno di irrigare e dalle condizioni ambientali. Molto importante anche l’habitus vegetativo, cioè l’aspetto generale ed il portamento di una pianta. L’attività di miglioramento genetico ha cercato di sviluppare genotipi di pesco agronomicamente validi. Oltre all’habitus standard ce ne sono altri, come quello compatto, seminano, nano, colonnare e piangente.

“I bei frutti del pesco.
Tondi come rosse sfere
e vellutati come offerte
guance di bimbo”

Ada Negri (1870-1945, poetessa)

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